Uno studio su larga scala condotto in Danimarca non ha trovato nessuna prova di un legame tra l’uso di paracetamolo (marchio Tylenol) durante la gravidanza e la successiva diagnosi di autismo nei bambini. I risultati, pubblicati su JAMA Pediatrics, forniscono un significativo contrappunto ai recenti avvertimenti politici e normativi che hanno alterato il comportamento medico negli Stati Uniti.
La portata delle prove
Sfruttando il vasto registro sanitario nazionale della Danimarca, i ricercatori sono stati in grado di condurre un’analisi approfondita di oltre 1,5 milioni di bambini nati tra il 1997 e il 2022. Lo studio ha monitorato specificamente 31.098 bambini che sono stati esposti al paracetamolo in utero.
I dati hanno rivelato i seguenti tassi di diagnosi di autismo:
– Bambini esposti al Tylenol: 1,8%
– Bambini non esposti al Tylenol: 3,0%
Questi dati suggeriscono che, invece di aumentare il rischio, l’esposizione al farmaco era associata a un tasso inferiore di diagnosi in questa coorte. Questi risultati sono in linea con uno studio svedese del 2024 che suggeriva che una volta presa in considerazione la genetica dei fratelli, qualsiasi legame percepito tra il farmaco e l’autismo scompare, rafforzando il consenso scientifico secondo cui l’autismo è principalmente guidato da fattori genetici.
L’impatto degli avvisi pubblici
Lo studio arriva in un momento critico di confusione sulla salute pubblica. Alla fine del 2025, la Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha annunciato l’intenzione di aggiornare le etichette del paracetamolo per includere avvertenze sui potenziali collegamenti con l’autismo, una mossa rafforzata dalle dichiarazioni pubbliche dell’amministrazione Trump.
L’impatto nel mondo reale di questi avvertimenti è stato immediato e misurabile:
– Utilizzo del pronto soccorso: secondo uno studio pubblicato su The Lancet, gli ordini di Tylenol per pazienti incinte al pronto soccorso sono diminuiti del 16% in seguito agli annunci.
– Fluttuazioni rapide: al culmine del ciclo di notizie, gli ordini sono crollati fino al 20% in sole tre settimane.
– Comportamento mirato: il calo è stato specifico per le donne incinte; i tassi di ordine per le donne non incinte della stessa età e l’uso di altri farmaci (come oppioidi o liquidi per via endovenosa) sono rimasti invariati.
“Le parole dei funzionari sanitari influenzano il comportamento”, ha osservato Jeremy Faust, medico d’urgenza presso il Mass General Brigham e ricercatore presso la Harvard Medical School.
Perché questo è importante per la salute materna
Il cambiamento nelle abitudini di prescrizione solleva preoccupazioni tra i professionisti medici per quanto riguarda la gestione del dolore e della febbre durante la gravidanza. Il paracetamolo rimane una delle poche opzioni ampiamente accettate per le pazienti in gravidanza perché altri antidolorifici comuni, come ibuprofene (Advil/Motrin) o naprossene (Aleve), comportano rischi di problemi placentari e sanguinamento.
Il pericolo di evitare Tylenol è duplice:
1. Dolore non gestito: il dolore stesso può essere un fattore di stress fisiologico per la persona incinta.
2. Gestione della febbre: la febbre alta durante la gravidanza può comportare una serie di rischi per lo sviluppo del feto.
Mentre i ricercatori hanno notato che i medici non si sono concentrati sull’uso degli oppioidi (che comportano una serie di rischi significativi) per colmare il divario, l’improvviso evitamento dell’”opzione più sicura” crea un vuoto nell’assistenza materna standard.
Conclusione
Lo studio danese fornisce prove robuste che il paracetamolo non aumenta il rischio di autismo, suggerendo che il recente calo del suo utilizzo durante la gravidanza è guidato dalla percezione pubblica piuttosto che dalla necessità clinica. Ciò evidenzia una crescente tensione tra gli avvertimenti normativi e le esigenze pratiche della gestione del dolore materno.

























